Piacere, sono uno ………….. designer e cerco il senso delle cose

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Dopo il IX Summit di Architettura dell’Informazione mi sono rimaste molte cose, ma una su tutte è quella di trovare una definizione comune che aiuti a superare la dispersione terminologica presentandoci al mercato in maniera più chiara e definita.

“Mamma, ma tu che lavoro fai?” – mi ha chiesto mia figlia Blanca qualche giorno fa.
“Io cerco di capire come le persone usano le cose e navigano i siti e le app..”
“Ahh, fai delle statistiche e lavori con i numeri” –
ha ribadito Blanca con un ironico sorrisetto a causa del mio disastroso rapporto la matematica.
“Bè, no, io osservo la realtà e la analizzo cercando di capire i perché..” – Io
“Ahh ok, mamma”.

Blanca, mia figlia, è andata via mediamente soddisfatta dalla risposta, io no. Prediligendo la sintesi sopra ad ogni cosa mi sarebbe piaciuto spiegarglielo in una al massimo due parole, ma non è stato possibile. Ancora molte persone, come anche mia figlia, non capiscono bene cosa è e cosa fa un architetto dell’informazione, uno user experience o un human centered designer.

La mia domanda è: ma questi professionisti fanno cose così diverse?
E voi cosa fate e soprattutto come vi definite?

UX Designer, Service Designer, Architetto dell’informazione, Content Strategist, Digital strategist, UX Strategist, Human Centered Design, Customer Experience Designer, UX Manager, User Centered Designer, Interaction designer… ne ho dimenticato qualcuno?

Il problema però non risiede solo nel gap che il nostro paese ha accumulato rispetto alla segmentazione professionale nel digitale, ma anche ad un proliferare di nuovi ruoli professionali e dalle definizioni non sempre così chiare.

In difesa del mercato italiano si può affermare che anche negli Stati Uniti, dove molte di queste professioni nascono, non è tutto così lineare. Ecco che su Linkedin troverete sempre nuovi job title come UX architect, UX strategist al posto di architetto dell’informazione o user experience designer.

Come gli scenari che affrontiamo tutti i giorni da designer anche i titoli di cui ci fregiamo sono spesso avvolti in una fitta nebbia che non aiuta a spiegare al mercato l’importanza del nostro contributo. Tramite un job title o un altro quello che siamo tutti chiamati a fare è migliorare la vita delle persone attraverso prodotti e servizi semplici.

Il IX. Summit dell’Architettura dell’Informazione con la scelta di aprirsi in maniera decisa e trasversale ad altre professioni ha reso ancora più urgente la necessità di trovare una forma univoca e aiutare i mercati e la PA a far emergere la necessità di questi profili.

Eppure esistono degli elementi comuni a tutti questi nuovi modi di chiamare chi si occupa di progettare cose e servizi per le persone. Gli architetti dell’informazioni, i service designer o gli UX strategist elaborano dati e li sintetizzano costruendo relazioni  tra significati, cose, persone e azioni, fluidamente senza limiti di ambito o supporto.

I designer costruiscono “mondi”, ambienti, non importa se fisici, digitali o mobili, dove le persone vivono delle esperienze. Sono queste ultime il vero comun denominatore tra un architetto delle informazioni, un content strategist (ma anche un business writer, si si) e un service designer: la progettazione di esperienze fluide, strutturate e omnichannel.

Forse si può essere più focalizzati sulle informazioni, sulle interazioni o sui servizi ai cittadini, ma il vero focus sono le persone e l’esperienza che sono sollecitate a vivere attraverso il nostro progetto.

Oggi ci troviamo davanti ad una tale complessità che la frammentazione e la sovrapposizione professionale rispecchia la difficoltà nel definire i nuovi mondi che stiamo affermando. Ma sta solo a noi scegliere un modo per definirci, una frase per raccontarlo e una nuova realtà da fondare.

“Mamma, ma tu che lavoro fai?”
“Sono un Experience Designer, progetto cose che fanno felici le persone. Il più bel lavoro del mondo, dopo l’assaggiatore di gelato.”
“Ahh, beata te…”

 

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